Norvig era un grand’uomo. Un grande cervello più che un grand’uomo, ad essere onesti. Aveva dedicato tutta la vita allo studio, alla scienza, alla psicologia, alla ricerca sul comportamento dell’uomo. Per lui valeva più di ogni altra cosa. Capire cosa passasse in quella mente così brillante non era un privilegio che chiunque potesse permettersi, io stesso che lo conoscevo da così tanto tempo riuscivo a stare dietro forse alla metà dei suoi discorsi. Dei suoi deliri.
L’ultimo, il più eclatante, il più complesso di tutti riguardava un progetto su cui stava lavorando. Più che un lavoro aveva proprio rimpiazzato la sua vita. Non che gli dispiacesse, intendiamoci, sono sicuro che il vero lavoro per Norvig fosse proprio vivere, fare il necessario per tirare avanti. Quelle cose come mangiare, dormire e gli altri sprechi di tempo necessari che lo costringevano a distogliersi dallo studio. Per non parlare delle relazioni sociali, quelle ormai erano proprio state tagliate: oltre a noi, amici e parenti, non voleva relazionarsi con nessuno.
Era diventata una vita folle, la vita di un pazzo dipendente dal nostro lavoro. Iniziammo per gioco, quasi per scherzo, ci venne in mente di provare a schematizzare le interazioni tra un gruppo chiuso e ristretto di persone. Basandoci su un modello del comportamento umano che aveva formulato nel corso degli anni volevamo studiare come vari soggetti si influenzano l’un l’altro con le loro azioni e le loro scelte. Era convinto che niente fosse lasciato al caso, che tutto fosse in qualche modo determinabile e schematizzabile, a tal punto da arrivare addirittura a predire l’evolversi del mondo, a patto di conoscere lo schema su cui operano i singoli organismi che lo popolano.
Non gli avevo mai creduto fino in fondo, che tutto fosse determinabile senza alcun margine di casualità, ma ottenemmo risultati sorprendenti. Il modello funzionò inizialmente con due persone, poi quattro, otto, quindici, cinquanta… Volle ingrandire a tal punto l’idea da arrivare a pensare che fosse possibile schematizzare e modellizzare tutto il mondo, studiarne l’andamento e addirittura predire il futuro di ogni singola persona.
Il progetto era folle, irrealizzabile. Dopo giorni di lavoro Norvig confermò tutto quello che avevo sempre sospettato e decidemmo di abbandonare l’idea. Da quel momento però iniziò qualcosa di strano, con il progetto abbandonò completamente anche il lavoro. Si isolava sempre più spesso, cercava di tagliare al minimo ogni tipo di relazione, persino con noi. Inizialmente pensai che fosse a causa della delusione per il fallimento del progetto ma era troppo insolito, anche per lui. Aveva sgomberato tutto il suo studio e le volte che lo andavo a trovare, mi accoglieva controvoglia nella sua stanza vuota e spoglia in cui passava le sue giornate seduto in un angolo, distrutto, disperato. Ultimamente, prima della sua morte, lo sorpresi sempre più spesso a piangere: la ragione lo stava abbandonando.
Ma il problema non era quello, avrei dovuto capirlo, la ragione non lo stava abbandonando, la ragione lo stava sopraffacendo. Mi sento in parte responsabile per non averlo capito prima, e probabilmente se non avessi ritrovato il suo diario non lo avrei mai capito. Mi aveva preso in giro, mi aveva mentito, aveva cercato di proteggermi a modo suo. Il progetto funzionava, non il modello su cui avevamo lavorato, ma dentro la sua testa. Era entrato a tal punto nei meccanismi formulati nei mesi passati che il suo cervello brillante e maledetto riusciva a tirare fuori tutte le informazioni. Tutte quelle informazioni che il nostro modello non riusciva a trovare.
La mente di Norvig era diventata una macchina che riusciva a predire quello che sarebbe successo alle persone che gli stavano accanto. Ma quello che lo logorava era l’aver capito che ogni sua singola azione avrebbe avuto conseguenze enormi ed incalcolabili sulla vita di chiunque: solo mostrandosi in pubblico avrebbe influenzato senza volerlo l’andamento della vita di tutte quelle persone che avrebbe incrociato per strada. Inizialmente la cosa lo divertì, lo esaltò. Poi si rese conto che riusciva a predire ciò che sarebbe successo solo in un ambiente chiuso. Finché giocava a fare il burattinaio con dei soggetti presenti in una stanza non avrebbe avuto problemi, ma una volta che questi fossero usciti? Il numero di variabili in gioco sarebbe cresciuto troppo anche per lui, il numero di persone con cui i soggetti avrebbero interagito sarebbe stato incalcolabile.
Il colpo di grazia arrivò quando iniziò a pensare alle conseguenze delle sue azioni sugli altri: e se dopo aver fermato una signora per strada per chiedere l’ora questa avesse perso l’autobus a causa di quei pochi secondi che gli aveva sottratto? E se l’autobus avesse accelerato ad un semaforo per fare in modo da non prendere il rosso causando un incidente con un altra macchina uccidendo chissà quante persone? Chissà magari se lui non avesse fermato la signora questa avrebbe rincorso l’autobus facendogli perdere quella manciata di secondi necessari per arrivare al semaforo trovandolo già rosso e scongiurando il pericolo.
Questo è solo un esempio dei deliri folli che ho trovato nel suo diario. Norgiv aveva paura per me, per noi. Creveva che anche solo rivolgendoci la parola avrebbe stravolto completamente l’andamento della nostra vita, portandoci a chissà quale disgrazie, magari causando involontariamente addirittura la morte di uno di noi. Per questo motivo si era isolato, aveva tagliato i contatti con tutti. Aveva paura di distruggere le nostre vite solo guardandoci negli occhi e non riusciva a sostenerne il peso.
Stupido Norvig purtroppo avevi ragione. La tua mente brillante non era riuscita a prevederlo questo vero?
Stupido Norvig, non potevi certo prevedere l’incidente alla veglia vero?
Se tu non ti fossi tolto la vita per paura, non ci saremmo trovati in quel posto durante quell’incidente. Se tu non ti fossi tolto la vita per paura avrei ancora entrambe le braccia, e gli altri avrebbero ancora la vita.
Avresti dovuto dirmi cosa ti passava per la testa, avrei cercato di aiutarti, in questo modo le tue paure sono state confermate. Pensavi di liberarti da un peso, invece il caso ha voluto darti il carico di una decina di vite.