DINOSAuR – Dynamic INterface Over SoAp Requests

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Immagine Per chi non lo sapesse (o chi si fosse perso la mia biografia essenziale) frequento la facoltà di ingegneria informatica. Questo mi ha inevitabilmente portato a spippolare in più riprese. È già da diverso tempo che voglio scrivere qualcosa a riguardo e mi sembra giusto iniziare con un progetto che mi ha tenuto occupato per un annetto buono insieme a due compagni di corso amici per l’esame di Progettazione e Produzione Multimediale.

Il progetto in questione si chiama DINOSAuR - Dynamic INterface Over SoAp Requests ed è ganzo. Talmente ganzo che siamo stati pubblicati sul blog del MICC – Media Integration and Communication Center.

Riporto una estrema sintesi di quello che tratta il progetto:

DINOSAuR (Dynamic INterface Over SoAp Requests) è un sistema che consiste di una interfaccia dinamica accessibile sul web per il controllo di telecamere di rete e di un proxy che media tra l’interfaccia e dei webserver che offrono servizi.
Il progetto nasce dall’esigenza di disaccoppiare lato client e lato server ponendo tra i due un intermediario con il compito, da una parte, di fornire all’interfaccia utente la descrizione dei servizi disponibili e, dall’altra, di gestire la comunicazione con i server che li implementano.
In questo modo l’aggiunta di ulteriori funzionalità risulta semplificata e indipendente dal resto dei servizi senza richiedere alcuna manutenzione a lato client.

L’elaborato si basa su SOAP (Simple Object Access Protocol) un protocollo per lo scambio di messaggi che, insieme ad un file WSDL (Web Service Description Language), permette di mettere in comunicazione tra loro più componenti software realizzati con linguaggi differenti operando sul protocollo HTTP.
Il server proxy che svolge la funzione da intermediario è infatti realizzato interamente in C++ sfruttando il toolkit gSOAP mentre l’interfaccia è una pagina HTML basata su PHP e Javascript, sfruttando la tecnologia AJAX e la libreria jQuery.

Per capirne di più potete:

Infine ci terrei a ringraziare i miei compagni di sventura Andrea Salvi e Vincenzo Varano e i professori/dottorandi del MICC che ci hanno seguito durante lo svolgimento del progetto e si sono offerti di pubblicarci sul blog.

The Scientist – Il mondo nuovo

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Mason si alzò sotto lo sguardo impassibile degli Assistenti. Si aiutò facendo leva sul lettino su cui era rimasto sdraiato inerme fino a pochi istanti prima. Si diresse verso lo specchio e il rumore dei suoi passi lo riempì di vita come non succedeva da tempo. Attraverso il vetro uno sconosciuto lo squadrò attentamente. Il verde intenso dei suoi occhi lo penetrava cercando di capire chi si trovasse davanti, ancora non convinto di come fosse possibile. Era alto e brizzolato, di bell’aspetto notò, nonostante avesse indosso solamente un grembiule sporco di una sostanza scura e verdastra. Allungò una mano verso lo specchio e Mason ne imitò i movimenti fino a sentire la superficie liscia che li separava. Disegnarono all’unisono un volteggio con i polpastrelli, tamburellando specularmente una muta melodia con le dita.

Era un mondo nuovo. Nuovi colori e nuovi sapori stavano scoprendo la mente di un Mason frastornato e stremato mentre sgranchiva la sua nuova dimora. Un corpo nuovo, sensi nuovi, suoni da imparare e colori da riscoprire. Anche l’aria nei polmoni e la saliva sulla lingua sapevano di nuovo.

The Scientist – Senza sensi

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Buio. E poi terrore nella sua essenza.

Mason era sordo dalla nascita, il primo era venuto da se. Il secondo era stato il gusto, il più facile da inibire, seguito a ruota dall’olfatto. Eliminare il tatto era stato più lungo ma eliminare subito la vista era stato considerato un trauma di maggior portata. Si sbagliavano, ovviamente, e la rimozione della vista fu solo l’inevitabile passo dalla paura al panico.

Gli altri quattro (dolore, termopercezione, equilibrio e proprioricezione) lo gettarono nel terrore più profondo. Percepiva solo buio e vuoto. Anzi neanche quello, credeva di percepire buio e vuoto. Era come correre in una prigione che si chiude su se stessa, fuggire da una morsa che, volente o nolente, ti annienterà e ti piegherà nelle sue sbarre. Come un sogno in cui non si riesce a correre abbastanza veloce, era una realtà in cui non si riesce proprio a muoversi. Una realtà in cui si aspetta la fine, la bestia che non arriva. Al suo posto solo i flagelli del terrore.

Poi Mason venne riacceso, tutto insieme. Perse l’equilibrio, il rumore l’assordò, il buio l’accecò. Sentì la pelle bruciare e gli odori rivoltarono il suo stomaco in una pozza di bile verdastra il cui sapore ne aumentò la portata.

Le scelte di Norvig

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Norvig era un grand’uomo. Un grande cervello più che un grand’uomo, ad essere onesti. Aveva dedicato tutta la vita allo studio, alla scienza, alla psicologia, alla ricerca sul comportamento dell’uomo. Per lui valeva più di ogni altra cosa. Capire cosa passasse in quella mente così brillante non era un privilegio che chiunque potesse permettersi, io stesso che lo conoscevo da così tanto tempo riuscivo a stare dietro forse alla metà dei suoi discorsi. Dei suoi deliri.

L’ultimo, il più eclatante, il più complesso di tutti riguardava un progetto su cui stava lavorando. Più che un lavoro aveva proprio rimpiazzato la sua vita. Non che gli dispiacesse, intendiamoci, sono sicuro che il vero lavoro per Norvig fosse proprio vivere, fare il necessario per tirare avanti. Quelle cose come mangiare, dormire e gli altri sprechi di tempo necessari che lo costringevano a distogliersi dallo studio. Per non parlare delle relazioni sociali, quelle ormai erano proprio state tagliate: oltre a noi, amici e parenti, non voleva relazionarsi con nessuno.

Era diventata una vita folle, la vita di un pazzo dipendente dal nostro lavoro. Iniziammo per gioco, quasi per scherzo, ci venne in mente di provare a schematizzare le interazioni tra un gruppo chiuso e ristretto di persone. Basandoci su un modello del comportamento umano che aveva formulato nel corso degli anni volevamo studiare come vari soggetti si influenzano l’un l’altro con le loro azioni e le loro scelte. Era convinto che niente fosse lasciato al caso, che tutto fosse in qualche modo determinabile e schematizzabile, a tal punto da arrivare addirittura a predire l’evolversi del mondo, a patto di conoscere lo schema su cui operano i singoli organismi che lo popolano.

Non gli avevo mai creduto fino in fondo, che tutto fosse determinabile senza alcun margine di casualità, ma ottenemmo risultati sorprendenti. Il modello funzionò inizialmente con due persone, poi quattro, otto, quindici, cinquanta… Volle ingrandire a tal punto l’idea da arrivare a pensare che fosse possibile schematizzare e modellizzare tutto il mondo, studiarne l’andamento e addirittura predire il futuro di ogni singola persona.

Il progetto era folle, irrealizzabile. Dopo giorni di lavoro Norvig confermò tutto quello che avevo sempre sospettato e decidemmo di abbandonare l’idea. Da quel momento però iniziò qualcosa di strano, con il progetto abbandonò completamente anche il lavoro. Si isolava sempre più spesso, cercava di tagliare al minimo ogni tipo di relazione, persino con noi. Inizialmente pensai che fosse a causa della delusione per il fallimento del progetto ma era troppo insolito, anche per lui. Aveva sgomberato tutto il suo studio e le volte che lo andavo a trovare, mi accoglieva controvoglia nella sua stanza vuota e spoglia in cui passava le sue giornate seduto in un angolo, distrutto, disperato. Ultimamente, prima della sua morte, lo sorpresi sempre più spesso a piangere: la ragione lo stava abbandonando.

Ma il problema non era quello, avrei dovuto capirlo, la ragione non lo stava abbandonando, la ragione lo stava sopraffacendo. Mi sento in parte responsabile per non averlo capito prima, e probabilmente se non avessi ritrovato il suo diario non lo avrei mai capito. Mi aveva preso in giro, mi aveva mentito, aveva cercato di proteggermi a modo suo. Il progetto funzionava, non il modello su cui avevamo lavorato, ma dentro la sua testa. Era entrato a tal punto nei meccanismi formulati nei mesi passati che il suo cervello brillante e maledetto riusciva a tirare fuori tutte le informazioni. Tutte quelle informazioni che il nostro modello non riusciva a trovare.

La mente di Norvig era diventata una macchina che riusciva a predire quello che sarebbe successo alle persone che gli stavano accanto. Ma quello che lo logorava era l’aver capito che ogni sua singola azione avrebbe avuto conseguenze enormi ed incalcolabili sulla vita di chiunque: solo mostrandosi in pubblico avrebbe influenzato senza volerlo l’andamento della vita di tutte quelle persone che avrebbe incrociato per strada. Inizialmente la cosa lo divertì, lo esaltò. Poi si rese conto che riusciva a predire ciò che sarebbe successo solo in un ambiente chiuso. Finché giocava a fare il burattinaio con dei soggetti presenti in una stanza non avrebbe avuto problemi, ma una volta che questi fossero usciti? Il numero di variabili in gioco sarebbe cresciuto troppo anche per lui, il numero di persone con cui i soggetti avrebbero interagito sarebbe stato incalcolabile.

Il colpo di grazia arrivò quando iniziò a pensare alle conseguenze delle sue azioni sugli altri: e se dopo aver fermato una signora per strada per chiedere l’ora questa avesse perso l’autobus a causa di quei pochi secondi che gli aveva sottratto? E se l’autobus avesse accelerato ad un semaforo per fare in modo da non prendere il rosso causando un incidente con un altra macchina uccidendo chissà quante persone? Chissà magari se lui non avesse fermato la signora questa avrebbe rincorso l’autobus facendogli perdere quella manciata di secondi necessari per arrivare al semaforo trovandolo già rosso e scongiurando il pericolo.

Questo è solo un esempio dei deliri folli che ho trovato nel suo diario. Norgiv aveva paura per me, per noi. Creveva che anche solo rivolgendoci la parola avrebbe stravolto completamente l’andamento della nostra vita, portandoci a chissà quale disgrazie, magari causando involontariamente addirittura la morte di uno di noi. Per questo motivo si era isolato, aveva tagliato i contatti con tutti. Aveva paura di distruggere le nostre vite solo guardandoci negli occhi e non riusciva a sostenerne il peso.

Stupido Norvig purtroppo avevi ragione. La tua mente brillante non era riuscita a prevederlo questo vero?

Stupido Norvig, non potevi certo prevedere l’incidente alla veglia vero?

Se tu non ti fossi tolto la vita per paura, non ci saremmo trovati in quel posto durante quell’incidente. Se tu non ti fossi tolto la vita per paura avrei ancora entrambe le braccia, e gli altri avrebbero ancora la vita.

Avresti dovuto dirmi cosa ti passava per la testa, avrei cercato di aiutarti, in questo modo le tue paure sono state confermate. Pensavi di liberarti da un peso, invece il caso ha voluto darti il carico di una decina di vite.

Butterfly Effect – Io sono morto, voi siete vivi?

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Immagina una persona.
Bene, immagina ora che sia nata nel tuo stesso istante.
Il passo successivo richiederà un piccolo sforzo in più, immagina che sia nata nel tuo stesso posto. No, non nello stesso ospedale, intendo che sia nata occupando lo stesso identico spazio che occupavi al momento della tua nascita. Si esatto il suo braccio è li, esattamente dove si trovava il tuo, la sua gamba è sovrapposta alla tua, la sua testa vede e sente quello che hai sentito.
Come dici? È fisicamente impossibile? E allora? Se ti crea problemi o non riesci a immaginartelo smetti pure di leggere, stai perdendo tempo.

Questa persona è fisicamente identica a te, si chiama nello stesso modo, ha gli stesso genitori, gli stessi amici, la stessa vita identica fin nella più piccola porzione infinitesima. Sin da quando siete nati avete visto le stesse immagini, sentito gli stessi suoni, ricevuto gli stessi input e, cosa ancora più importante, li avete elaborati nello stesso modo, compiendo le stesse scelte, ragionando allo stesso modo.
Supponiamo che questo sia vero fino a questo istante. Adesso ho una domanda per te, cosa credi che succederà adesso? Continuerete a vivere la vostra vita in sincrono, nel vostro angolo condiviso di universo o le vostre strade potrebbero un giorno separarsi?
C’è la possibilità che un giorno decidiate di tirare una moneta e a te esca testa e a lui croce, dando il via a due vite completamente differenti?
Oppure in ogni caso lancereste la moneta con la stessa forza, imprimendole la stessa accelerazione, lasciandola in mano alla stessa forza di gravità, alla stessa influenza del vento e rimbalzerà con la stessa identica angolatura sull’asfalto?
Formalizziamo, siamo in un mondo strettamente causale o c’è la possibilità di qualche traccia di casualità?
Anzi, osiamo di più: vi trovate davanti ad un bivio, potete andare sia a destra che a sinistra, senza alcun motivo per propendere verso l’una o l’altra scelta, il problema si ripropone.
Leggete questo articolo, arrivati in fondo potete scegliere se lasciare un commento dando il via ad interessanti discussioni con il sottoscritto oppure semplicemente chiudere la pagina dimenticando tutto in poco tempo.
Ecco il punto dolente, abbiamo introdotto il concetto di scelta: anche il nostro modo di ragionare è sottoposto ad una rigida causalità ben celata o possiamo permetterci di fare una scelta del tutto indipendente da quello che ci circonda, da quello che abbiamo visto e vissuto?

Vi sgancio la bomba: e se il libero arbitrio non esistesse?

Rimettiamo insieme i pezzi del puzzle. Abbiamo il nostro alterego con le nostre stesse percezioni e la nostra vita condivisa che dalla nascita riceve degli input (le percezioni, per l’appunto), li elabora e agisce di conseguenza. Analogamente facciamo noi e elaboriamo questi stimoli esattamente nello stesso modo essendo in tutto e per tutto identici, anche nel modo di ragionare. Di fronte ad una scelta è quindi ragionevole ipotizzare che entrambi agiremmo senza la minima differenza. Il problema è che noi ed il nostro alterego siamo due persone distinte, due entità diverse. Perché mai dovremmo comportarci allo stesso modo solo perché abbiamo ricevuto gli stessi input?
Qui entrano in gioco i nostri pensieri, quello che abbiamo in mente, il filo conduttore delle nostre decisioni. Ma non sono anche i pensieri il prodotto di ciò che il mondo esterno ci mostra ogni giorno? Il nostro flusso continuo di pensieri è continuamente influenzato da una parte da quello che vediamo, sentiamo, tocchiamo, ascoltiamo e dall’altra da quello che stavamo pensando fino all’istante precedente. Quindi anche il nostro modo di pensare potrebbe essere esclusivamente causale! E due persone con gli stessi esatti input agirebbero nello stesso modo di fronte ad una scelta!

O c’è qualcosa di sbagliato nel nostro ragionamento (passatemi il termine che forse osa un po’ troppo) oppure non solo il libero arbitrio perde di significato ma proprio tutto il nostro modo di pensare è solamente una mera illusione… Può sembrare un controsenso, ma se in realtà avessimo solo l’impressione di pensare o scegliere quando in realtà tutto si riduce ad un macchina estremamente complessa che processa dei dati? L’illusione del pensiero nascerebbe dal fatto che anche i “dati processati” tornerebbero l’istante successivo a far parte dei nuovi input.
Saremmo solamente macchine così evolute da riuscire a ingannare il nostro sistema, facendogli credere di poter pensare e poter agire indipendentemente.

Parlando di questi argomenti e tornando alla causalità delle nostre azioni mi è stata fatta notare una cosa: se fossimo in grado di conoscere lo stato di ogni singolo essere vivente, le loro azioni precedenti, il loro modo di elaborare le informazioni, allora riusciremmo a definire un modello per come si evolve il mondo? Riusciremmo addirittura a predire il futuro?
Da queste affermazioni potremmo persino scorgere qualcosa di molto simile ad un destino ma è un campo che preferisco lasciar perdere per il momento limitandomi a rispondere con “si, ma anche no”. Ovvero che sarebbe in linea teorica possibile se non fosse che la quantità di informazioni necessarie sarebbe ben più che infinito, rendendolo irrealizzabile.

Tutto questo vuole solo essere un “e se fosse così?”, tanto per giocare un po’ a confonderci la mente, non voglio certo propinarla come verità assoluta. A questo punto sarei curioso di sentire il parere di qualcun altro, con la speranza che qualcuno legga e arrivi fino in fondo all’articolo.

Proiezione mentale

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Entrato nella stanza della sua mente un buio pallore amplifica le ombre scontornate. Distinguere gli oggetti, scindere i soggetti, individuare una strada, districarsi un cammino. Impossibile. Una vorticosa vertigine costringe a star fermi e guardare, a provare a capire.

Qualcosa appare chiaro, ordinato, quasi nitido, illuminato da un riverbero filtrato dalle tende. É un mondo ormai alla morte, passato anche se sembra non volerlo ammettere, catalogato in piccoli volumetti curati dai colori diversi. In effetti, la poca luce presente nella stanza è proprio quella che li rende così visibili, quella che col suo riflesso li rende tutti così identici e indistinguibili.

Assurdamente, si scorge meglio il buio, ormai gli occhi si sono abituati.

La mente si è calmata: l’accoglienza è in mano ad un entropico regno di Palta. Strati disordinati, idee accavallate, una sovrasta l’altra in una lotta inerte per riemergere in superficie. C’è una grande scrivania impolverata, piena d’interessi, colma di libri, ridondante di sapere che vorrebbe essere appreso. Aspettando, qualcuno la riordina, cerca di addomesticarla, di eliminare la Palta, di sovrastare il caos. Talvolta sembra quasi riuscirci, si riesce quasi a provare compassione per la sua perseveranza. Ma quando non c’è nessuno in giro la Palta si riproduce, diceva Isidore.

“Kipple, sono tutti gli oggetti inutili, come una bustina di fiammiferi dopo aver usato l’ultimo fiammifero, o una fascetta gommata, o il giornale omeopatico del giorno prima. Quando non c’è nessuno in giro, il kipple si riproduce. Per esempio, se vai a letto lasciando in giro del kipple, la mattina dopo, quando ti svegli, ce n’è il doppio. E diventa sempre di più.

Alcuni angoli restano bui, imperscrutabili. Chissà cosa c’è in quell’angolo dimenticato… Sogni inquieti? Rimorsi? Rimpianti? Sensi di colpa? Repressioni? Domande senza risposta.

 

Steso sul letto, in penombra, osservo la mia stanza.

Sperimentando

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Sto facendo una prova, sto scrivendo questo post dall’applicazione di wordpress per Ipod e ho attivato un servizio di notifica tramite facebook… Sono solo curioso di vedere cosa viene fuori…

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